La vera sfida è raggiungere un livello di maturità che generi valore
Negli ultimi mesi, ci siamo trovati spesso a raccontare dei grandi investimenti di aziende e organizzazioni nell’intelligenza artificiale, ma anche di come questi investimenti non sempre si traducano in un reale vantaggio competitivo. L’AI, infatti, viene ancora troppo spesso considerata come un semplice strumento, senza essere realmente integrata nei processi aziendali, nei workflow e nei meccanismi decisionali.
L’articolo di oggi conferma proprio questa tendenza a partire da una recente indagine che ha coinvolto 4.500 dirigenti e 2.000 dipendenti, distribuiti in 19 Paesi e 12 settori economici.
La ricerca, dal titolo Enterprise AI Maturity Index 2026, è stata realizzata da ServiceNow in collaborazione con ThoughtLab e ha dimostrato come la maggior parte delle organizzazioni abbia ormai superato la fase della sperimentazione dell’AI. Oggi il tema centrale non è più se adottare o meno l’intelligenza artificiale, ma quanto un’azienda sia realmente pronta a sfruttarne il potenziale.
Per dirla diversamente, la ricerca indaga il livello di maturità dell’intelligenza artificiale prendendo in considerazione sette aspetti: visione e leadership, management e cultura organizzativa, modernizzazione dei dati, governance dell’AI, competenze e talenti, workflow supportati dall’intelligenza artificiale e capacità di generare valore attraverso l’AI
Ma cosa si intende per livello di maturità dell’intelligenza artificiale?
Un’organizzazione è matura quando l’intelligenza artificiale non rappresenta più un elemento esterno, ma diventa parte integrante del modo in cui l’azienda lavora. Ciò significa disporre di dati affidabili e accessibili, sistemi capaci di dialogare tra loro, processi ben definiti, una governance in grado di orientare le decisioni e competenze adeguate per utilizzare la tecnologia in modo consapevole. La maturità misura quanto l’organizzazione sia in grado di trasformare l’AI in risultati concreti e, quindi, in valore reale.
Investimenti in crescita, ma il divario resta
Lo studio mostra segnali incoraggianti. Il livello medio di maturità è cresciuto rispetto all’anno precedente e gli investimenti destinati all’intelligenza artificiale continuano ad aumentare.
Allo stesso tempo, però, emerge un limite: molte aziende introducono nuove soluzioni senza intervenire sulle condizioni che ne permettono un utilizzo efficace. Dati frammentati, sistemi legacy, workflow poco integrati e modelli di governance ancora in evoluzione rappresentano alcuni degli ostacoli che impediscono all’intelligenza artificiale di esprimere pienamente il proprio valore. Il risultato è che l’AI viene spesso utilizzata per automatizzare singole attività, mentre è ancora poco diffusa la capacità di ripensare i processi aziendali nel loro complesso.
Tuttavia, il report individua un gruppo di organizzazioni particolarmente avanzate, definite Pacesetters. La loro caratteristica non è quella di aver investito più delle altre, ma di aver costruito le condizioni necessarie affinché l’intelligenza artificiale possa operare in modo efficace. I Pacesetters rappresentano un modello di riferimento per tutte le altre aziende e costituiscono il 21% del campione analizzato. L’operato di queste aziende esprime appieno la differenza tra utilizzare l’AI come un insieme di strumenti e farne un reale fattore di trasformazione aziendale.
Per la maggior parte delle aziende, quindi, i passi in avanti da compiere sono ancora piuttosto numerosi. Naturalmente, le organizzazioni dei diversi Paesi affrontano il percorso verso la maturità dell’intelligenza artificiale in modo differente. Cultura aziendale, modelli di leadership e contesto normativo continuano, infatti, a influenzare in maniera significativa la velocità e le modalità con cui questa trasformazione viene realizzata.


